Il futuro del P2P si chiamerà Streaming?

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Il peer to peer perde colpi nei confronti dello streaming online, che invece guadagna fette di pubblico con passi da gigante. Lo streaming è il futuro della condivisione in rete?

Dapprima c’era Napster. Indiscusso ed unico vero software p2p largamente diffuso, regnava incontrastato. Poi venne l’era di WinMX che aprì le porte ad un nuovo ideale di file sharing, poichè sapeva non solo far “dialogare” i pc di più persone, ma anche raccogliere in piccole comunità chiamate chat gli appassionati di un certo argomento. E fu libertà: venne eMule. eMule potenziò a livelli paraddossali il peer to peer, provocando irrimediabili sbalzi agli operatori che stavano ancora crescendo in un mercato della banda larga in fasce. Nemmeno eMule tuttavia seppe saziare la voglia di condivisione dei milioni di utenti sparsi in tutto il mondo: fu la volta di Torrent. Come un corso d’acqua fresca di montagna, Torrent irrigò ben presto tutta la rete aprendo una forte contesa su quale fosse la metodologia più efficace per condividere dati e conoscenza.
Ma non ci fu il tempo per sentenziare sull’argomento, perchè tutto d’un tratto, nel giro di pochi anni, il sogno di libertà venne presto offuscato dalle prime cause legali. Lo stridore delle manette che scattano ai polsi spaventò un pò tutti i Big del P2p: Napster divenne una comunità chiusa e a pagamento, WinMX collassò su se stesso, eMule di colpo iniziò a perdere uno dopo l’altro tutti i suoi principali servers e Torrent viene messo costantemente all’angolo dalla chiusura di grandi community online. Gli ISP, soprattutto i non monopolisti, a causa della progressiva diminuzione della banda internet loro disponibile, furono costretti ad applicare ai propri circuiti speciali “salvavita”, già battezzati dalla rete stessa come i filtri anti-p2p. Ancora oggi questo insieme di regole dettate a monte riescono a salvare ciò che rimane della nostra dorsale telefonica da un sicuro collasso tecnico.

E’ inevitabile, per chi frequenta questa parte di internet, avvertire la necessità di un giro di boa. Virare il timone verso una nuova rotta da tracciare che non solo riveli nuove metodologie di scambio ma anche che sancisca con chiarezza la materia sotto il profilo legale. In America, però, sono già andati oltre. Forse, poco a poco, senza nemmeno accorgersi, stanno già iniziando le manovre verso il futuro. Una ricerca promossa da Ars Technica che monitora e controlla i dati di traffico degli ISP americani, rivela come nell’ultimo anno sia decisamente salito il traffico in streaming a discapito di quello in P2P.

Una flessione, a capo del traffico peer to peer, da 13,4 Tb al giorno di un anno fa ai 12,2 Tb giornalieri attuali apre una nuova prospettiva per i navigatori oltreoceano. Diventa appettitosa la possibilità per gli utenti che decidono di usufruire di questa tecnologia, di rimanere nella piena legalità e poter fruire in streaming – spesso in diretta live – di contenuti multimediali con maggior comodità e con accesso alla risorsa voluta in tempi estremamente più rapidi.

Sicuramente non si risolverebbero i problemi legati all’aumento di fabbisogno di banda larga – replicherebbero gli Internet Service Provider – che comunque comporterà una evoluzione senza indugio verso pesanti investimenti in infrastrutture moderne e l’avanzamento di nuove tecnologie. Dal lato degli utenti, in effetti, uno dei più grandi cavalli di battaglia dichiarati da chi utilizza software per il downloads illegale di risorse audio e video è sempre stata la possibilità di ottenere una anteprima del prodotto per poi considerarne l’acquisto in base al grado di soddisfazione. Lo streaming potrebbe di fatto essere la risposta legale e concreta che si interpone come contrappunto tra l’utenza e le multinazionali.
Infine la multinazionale, proprietaria dei diritti d’autore sulla risorsa, fornirebbe attraverso mezzi propri la visione o l’ascolto della risorsa stessa attraverso la rete e nel contempo ne attiverebbe tutte le opportune derivazioni pubblicitarie e promozionali per l’acquisto direttamente online.

Solo un abbaglio? Può darsi, ma per il momento sembra la strada percorribile per una net-neutrality sostenibile. Qualcuno il semino l’ha già messo nel fertile terreno della Rete ed è nato YouTube: chi sarà il primo a raccogliere il frutto?

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